La vicenda del delitto di Garlasco continua a far discutere l'opinione pubblica e, a quasi vent'anni dai fatti, nuove indagini stanno riportando al centro dell'attenzione uno dei casi giudiziari più seguiti in Italia. In questo contesto, una voce rimasta a lungo lontana dai riflettori ha deciso di raccontare il proprio punto di vista.
Si tratta di Elisabetta Ligabò , madre di Alberto Stasi, che in un'intervista ha ripercorso gli anni trascorsi accanto al figlio e le speranze legate agli sviluppi più recenti dell'inchiesta. Le sue parole particolarmente arrivano in una fase delicata, segnata da nuovi accertamenti e da una rinnovata attenzione investigativa.
Per lungo tempo la donna ha scelto il silenzio, affrontando lontano dalle telecamere le conseguenze di una vicenda che ha segnato profondamente la sua famiglia. Oggi, però, racconta come stia vivendo questo nuovo capitolo e quali siano le sue aspettative per il futuro.

Nel frattempo, a Garlasco, il clima attorno alla famiglia Stasi sembra essere cambiato rispetto agli anni più difficili. Piccoli gesti quotidiani e parole di incoraggiamento ricevuti da cittadini e conoscenti hanno contribuito a rafforzare la convinzione che la ricerca della verità non sia ancora conclusa.
Ma quali sono le dichiarazioni che stanno facendo discutere e cosa immagina Elisabetta Ligabò per il giorno in cui Alberto potrà tornare definitivamente a casa? “Quando mio figlio uscirà…”: ecco tutti i dettagli nella seconda pagina .

Nel raccontare questo momento, la madre di Alberto Stasi ha parlato anche delle nuove indagini che vedono Andrea Sempio come unico indagato nel nuovo filone investigativo. Secondo Elisabetta Ligabò, gli elementi emersi negli ultimi mesi meritano attenzione e rappresentano uno sviluppo significativo rispetto a quanto accaduto in passato.
La donna ha spiegato di non avere mai creduto alla responsabilità del figlio . Ha inoltre ricordato come, se avesse avuto anche il minimo dubbio sul suo coinvolgimento, sarebbe stata la prima a collaborare con gli investigatori. Dopo la condanna definitiva del 2014, ha ammesso che la fiducia nella giustizia aveva subito un duro colpo, ma oggi guarda con interesse al lavoro svolto dalla Procura.




